L’esigenza drammaturgica

ZweikampfSabato, prima di presentare Il tempo materiale, discorrevo col suo autore, Giorgio Vasta. Lo stimo come uno dei più alti intellettuali con cui posso entrare in dialogo. Alle sue intuizioni, progredienti, di fronte alla spremuta contro l’incipiente influenza che avvertiva arrivargli addosso, osservavo il calo vistoso della mia autostima. Pensavo: questa narrazione perfetta che ha depositato nel suo libro, questa irraggiungibilità, questa perfetta simmetria asimmetrica di lingua eventi personaggi storia ed evasione dalla Storia – cosa devo compiere con la mia estraneità a tutto ciò, con il fallimento che non manifesta più nemmeno un senso per me? “Molto tempo fa ci fu un’epoca in cui i fatti e la memoria erano separati da un abisso metafisico”…
Giorgio Vasta mi parlava dell’aprogettualità della materia, del rombo basso continuo della materia. Io pensavo alla resistenza che si oppone a qualunque fenomeno esista, allo stupro della quiete naturale che viene compiuto dal manifestarsi, dal gigantesco fenomeno, anche fosse minutissimo…
A un dato momento, Giorgio Vasta ha parlato di “esigenza drammaturgica”. Qui la fitta è stata più acuta. Il cuore non è sacro, ma sconta le perforazioni delle sue spine volgari. Il petto mi faceva male, mentre ero colmo di ammirazione per quest’uomo che pensava così profondo, così radicale, davanti a me – e al contempo riflettevo, senza produrre idea, e cioè riflettevo con un sentimento interiore puro, sulla mia insufficienza rispetto all’idea. Tempo fa una critica mi disse: “Tu non sei uno scrittore di stile, ma di idee”. E ora che avverto: io non sono proprio uno scrittore, è tutto finito, questo caleidoscopio, questo diorama, questo ologramma in movimento (ciò non significa che smetto di scrivere – è diverso, intendo altro).
L’esigenza drammaturgica, dunque. Il dràn greco: agire.
Agire significa lasciare una sede in quiete per raggiungere un’altra sede in quiete, vincendo una resistenza nel muoversi (per questo “agire è soffrire” o “subire” secondo Eschilo: si è impotenti a fronte della resistenza che è la catastrofe precipatata anche sulla minima azione – e quindi: dràn pàthein). Agire non significa affatto strutturare un’azione. L’esigenza drammaturgica è l’esigenza di rappresentare un’azione oppure la necessità di strutturare una leggibilità dell’azione (parto, mi muovo, compio, mi fermo)?
E’ dunque qui, fuori dalla parola, fuori dal testo, seppure testualizzabile, indifferentemente danza immagine scultura performance vita, che mi si pone il problema di essere all’altezza di una radicalità artistica, la quale esula da me: è semplicemente se stessa.
Non esiste movimento senza resistenza e, quindi, fatica – a meno che il movimento non sia di amore. Va fatto questo.
E’ possibile. Forse: la cultura ha raggiunto probabilmente un suo confine estremo, la celebrità è una fluorescenza che divora e lascia spazio al buio che deve ancora essere benedetto nuovamente – il che conferisce un ultremo compito alle nostre lingue, ai nostri gesti, alla distruzione dei nostri codici e all’abolizione delle violenze di tutte le norme che abbiamo tollerato e ancora dobbiamo esperire.
Potrei accordare tutto questo gesto, tutto questo movimento alla sete di completezza.

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