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La copertina de L’Espresso è un capolavoro editoriale

Comprendo le riserve sull’opportunità di polarizzare emblematicamente ciò che stiamo soffrendo in queste settimane di governo supremo del suprematismo. Capisco che simbolizzare in questo modo esasperi la contrapposizione e l’antagonismo. Ecco, la questione è l’antagonismo: viviamo un momento di confusiva eruzione del peggio, di condivisione delle istanze più disumane espresse dall’esclusivismo italiano e non solo. Chi è antagonista a questa sistematica aggressione dei diritti, della democrazia di base, della censura di ogni empatia, del ragionamento storico? La riflessione sembra essere diventata un disvalore. Una pioggia di cattiverie universalizzanti colpisce chi cerchi di proporre un discorso, indipendentemente dai contenuti del discorso – è proprio il pattern discorsivo, è proprio il testo a essere andato fuori della percezione e dell’elaborazione comuni. Tutto è reattività, indomita e saccente, priva di sedimentazione, fuori dalla catena logica di causa ed effetto. E’ proprio la questione della fine della leggibilità del mondo e, di conseguenza, la fine della leggibilità di qualunque testo. La copertina del nuovo numero de L’Espresso pone proprio sul tavolo l’opzione di un antagonismo e la dialettizza all’interno del magazine. C’è da considerare non soltanto il dato fisiognomico, ma si dovrà pure farlo e notare il “rictus” oculare, l’arcata sopraciliare, quello sguardo aperto alla sofferenza e alla sopportazione e alla persistenza contro il dolore da un lato, mentre dall’altro si osserva la chiusura, la modificazione formale nel volto di chi esclude e lo fa con predeterminata violenza morale. Poi c’è il fatto che basta un sindacalista italoivoriano, che parla forbitamente e pronuncia i basilari della sinistra contemporanea, perché il popolo di quella sinistra tiri un sospiro di sollevio, essendo da anni abituato al compromesso al ribasso, all’assoluta impossibilità di identificazione tra sé e i propri simboli, comprese persone che siano effettivamente ciò che si dovrebbe dire di una sinistra umanista. Incontrare pubblicamente un umano privo di aggressività, di tensiione sardonica contro l’esistente, di presunzione e di menzogna, per il ceto “riflessivo” è un sollievo. Dall’altra parte è ritratto chi si è proposto come facies rappresentativa, il cosiddetto “Capitano”, uno che continua a dire che fa cose contro la fraternità umana “da padre”, uno che regge con orgoglio il moccolo alla menzogna sistematica e omnipervasiva. Sono due strategie politiche a confronto, sottintese da due radicalismi umani contrapposti. Per questo non mi scandalizza la splendida copertina de L’Espresso, che giudico una delle poche operazioni editoriali in anni e anni di crollo e irrilevanza dell’editoria. Non penso che si stia parlando di negri vs. bianchi. Non penso che sia l’operazione di coloro che sono ormai bollati dalla generalità italica come “radical chic”, col tentativo di mettere il Kunta Kinte di turno contro Buana. Penso invece che si colga il disagio di metà nazione, che non ha appunto simboli e contenitori affettivi con cui permettersi il sollievo dell’identificazione e dunque la legittimazione alla rappresentanza. Aboubakar Soumahoro, sindacalista e persona latrice di una visione umanisticamente aperta, viene investito da un’ondata di spettacolarizzazione che, per una volta, è testimonianza di una relazione empatica reale e concreta, tra la sagomatura di sé e un popolo privo di emblema e di “leader”. Di per sé la spettacolarizzazione è una forma di oscenità e immagino come sia difficile in questi giorni resistere umanamente da parte del medesimo Aboubakar Soumahoro. Di fatto questa copertina, che cita il celebre titolo di Elio Vittorini, il quale implicava nel discorso l’ambiguità a cui va sottoponendosi storicamente il fenomeno umano, mai irregimentabile in una situazione di totale disumanità contro un’umanità integrale, dice alla perfezione cosa siano destra e sinistra oggi, abbattendo gli idola tribui di chi non conosce ragione e ostenta una fede assoluta nel fatto che esista “la gente” e non si dia più alcuna destra e alcuna sinistra. I miei complimenti e la mia gratitudine al bravissimo giornalista Marco Da Milano, che non da oggi stimo, direttore de L’Espresso, così come a tutto lo staff che lavora a quello che era il migliore magazine italiano e probabilmente sta tornando a esserlo.

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