L’Acida Musa

noitaly.jpgL’estate di quest’anno, la rovinosa estate 2007, mi ha condotto a sperimentare premesse personali che poi ho visto, con allibimento, realizzarsi collettivamente, in accelerazione temporale pressoché insostenibile, nei mesi successivi. Il fallimento dell’estate 2007 è stato intimo, ma preludeva a un fallimento sociale – generalizzato. Ho goduto di pochi giorni pacifici. A dire il vero, nemmeno di quelli. In quelli è nata un’urgenza, ovverosia la scrittura totalmente libera da condizionamenti, di un libro che non è un romanzo, non è un insieme di racconti, non è una serie di installazioni, non è una struttura a capitoli di prosa poetica, non è un saggio – eppure è un libro, cioè è un oggetto interrogante. Il libro deve ancora concludersi, devo lavorarci sopra, manca il racconto definitivo, avrebbe da raccontare la cosa che il libro stesso continua a dilazionare, una cosa che non è una storia, ma è tutto il presente italiano, raggrumato in una bolla spaziotemporale inattesa ma scontata. Non dirò il titolo di questo libro (che non so neppure se mai pubblicherò e che nulla ha a che vedere col nuovo romanzo in uscita a gennaio per Mondaori e che sta per essere presentato a Francoforte, agli editori stranieri: il momento in cui svelerò la natura del soggetto, dopo tanti ragionamenti e pesanti cautele mostrate nell’officina allestita qui). Tuttavia, mi sembra opportuno pubblicare l’incipit (che si intitola, per l’appunto, L’Acida Musa): preso da sé solo può non significare nulla oppure, per qualche sguardo, può molto significare.
Eccolo.

L’ACIDA MUSA

Il mio capo resta fissato al di sopra del cielo.
Non smetto di scolpire la mia propria statua.
Vedo l’Italia.
Vedo me. Non sono io.
Questo libro non è sincero.
Poiché per me la sua luce è terribile e la sua bellezza immortale mi estenua, dove sto, Italia, è un luogo che ho disimparato ad amare. Cieco tra ciechi mi muovo come le immagini note agli scrittori, e che ormai mi sfiancano: un felino in attesa dell’assalto, proprio o dell’animale avversario; una talpa che rientra con cautela nel terriccio smosso e umido della tana, sporgendo il muso nero e lucido; una blatta inconsapevole che percorre il cono d’ombra proiettato dalla suola di scarpa che grava da sopra, prima dello schiacciamento, del luccichio finale dell’esoderma.
Sono un mammifero esausto nella luce terribile italiana.
Sono un rettile che striscia dorsale a sigma nella duna del deserto, discendendo, la duna di un anno mai definitivo, che in questo caso è il 2007 dopo la nascita del Cristo.
Papa Benedetto XVI sorride sempre meno e solleva percettibilmente con più sforzo le braccia in segno di saluto, nella vacanza meditativa in Val Gardena, un papa colpito da due ictus, germanico, che conosce i segreti delle meditazioni che il popolo dei fedeli ignora.
Ostacolo me stesso. Mi isolo in una bolla: la chiamo: casa.
Mi terapeutizzo. Ignoro.
Al torchio del vino della mia infamia, sottaciuta, trattenuta ad altezza sterno, strepitano i figli della mia colpa: la figlia Rabbia, la figlia Indignazione, il figlio degenerato Amami, la coppia incontenibile dei gemelli Orgoglio & Riconoscimento.
I pomeriggi sono ventosi. Il clima prepara una nuova stratosfera per il pianeta. Entro il 2030 esodi di masse sterminate, da Medio Oriente, assetate e piagate, traverseranno il Mediterraneo, mentre masse sorelle, nell’Est estremo, soccomberanno per gli tsunami e le inondazioni, perfino ancora più profondamente a Est, e quindi a Occidente, in Florida.
Ho veduto con pupille dilatate lo sterminato campo di profughi dalle labbra rinsecchite, crepate dall’arsura come millepiedi morti e fossilizzati, labbra tempestate da condilomi, donne che si coprono il cranio ossuto con veli arancioni, nel Darfur, centinaia di migliaia in esodo, schiacciati da guerre clandestine note in tutto il pianeta.
Il pianeta rivoluziona i suoi campi magnetici e mia figlia la Rabbia accende i suoi occhi terribili, si innalza e straccia la mia anagrafe penosa, incattivisce di nera energia il sangue ed elettrizza i nervi.
Nessun seme viene seminato più sulla Terra.
Come dire allora addio, uomo?
Accelero verso forme inedite.
Il sensitivo mi ha predetto una morte per cancro, sofferente, in declino visibile, itterico, prima che io varchi i sessant’anni. Non manca molto.
Disdegno me con minore potenza che impiego nello sdegno lanciato sull’anno del Sagittario e della Bilancia, in questa landa devastata che non conosco, da cui traggo giudizi. Avvelena, l’Italia, del terribile che non è il primo grado della Bellezza, la figlia randagia sfuggitami dalla cova.
L’intera estensione del Globo è esplorata. Poco di me è esplorato.
L’anno ha la sua cruna stretta, la sua porta ombrosa, il suo annuncio oscuro di spazio che non si apre.
Sotto pretesto di benevolenza io, il mio caro Eletto, temo di soggiogarmi e mi spingo nel buio. Fuori è buio. Una nazione che è tolda arrugginita. L’estensione di profezie recenti, avveratesi con puntualità scientifica.
Qualunque mito è decaduto in metallo stagnoso di scarto.
Le discariche forano il Paese.
Come un bonzo, in una discarica, io vorrei sedermi, calmo, impassibile come un bambino cinese, inespressivo come la ceramica, e incarbonirmi lontano dallo sguardo altrui, una torcia umana silenziosa, che dovrebbe stridere come un’aragosta mentre il fuoco si appicca e scioglie l’epidermide e poi la sostanza gelatinosa degli occhi, bruciando il corpo. Che non sono io.
Quindi sto male.
Quindi, giunto a nessuna svolta poiché non c’è svolta, assetato di nessuna acqua poiché non c’è acqua, come un morto osservo l’anno della mia strage continua, che continua da anni, e anche adesso, in questo luogo estraneo, divenuto il sole e la luna e gli alberi e le nuvole e le acque marcescenti e gli hard discount e le superstrade del Nervo Ottico.
E custodiamo dentro di noi cose preziose, perché non ne abbiamo coscienza?
Una volta ho avvertito sfiorarmi l’ombra luminosa di un fondo supremo senza fondo, dolcissimo e privo del contagio del tempo e del respiro.
La Bellezza è solo grazia fissata. E’ la figlia che è andata a morire in Martinica, folle d’amore, fuggendo il padre Victor Hugo, là sepolta. Il padre crollò sul piccolo travertino, alla notizia pervenuta per bocca di una schiava liberata proveniente da quelle latitudini misteriose. Impiegò minuti a riaversi da quella scarica di potenza inaudita, la morte della figlia Bellezza per annegamento, e poi riavendosi copulò con la negra che aveva portato notizia del lutto, copulando energeticamente, i nervi scossi dalla mistura di piacere e dolore, la vita renitente non all’odio ma a qualsiasi spegnimento.
Sempre più spesso desidero spegnermi: quanta carne mi tocca ancora?
Quanto devo compiacere e fare ridere, se utilizzo la parola, per il “lettore”? Quanto devo spacciare e vendere il cabaret che insistentemente, e da anni, nel grigio mormorio dello squallore di questi anni, mi chiedono?
Non inizio mai.
Quanti sono disposti a un inizio continuamente dilazionato? Non inizia, odia la finzione.
Quanta finzione vive, tenia che si annida nei ventricoli cerebrali e nelle cavità del cuore, vive in voi? Quanti strati di finzione evitate di osservare? Questa sedimentazione geologica della finzione, che trascinate in voi vergognosamente, la Paura della paura, la figlia che io ho misconosciuto e cacciato di casa abbracciandola e assimilandola, invece voi la covate come un tesoro prezioso, la veste che brucia ogni contatto con la realtà che brucia.
Quanto bisogno di verità vi asseta? E’ minimo.
Pretendete sempre un racconto che vi salvi, lo pretendente da me, da altri, i pochi che sanno raccontare. Sono talmente stufo di raccontare le vostre claudicanti finzioni, le vostre fiction proiettate dalla figlia Rabbia, che avete generato dimenticandovela in qualche parte delle minime peregrinazioni compiute al vostro interno.
Cosa esiste al vostro interno? Ve lo chiedete? Non sporadicamente, ma con una costanza implacabile, che fa soffrire, che fa attraversare la selva di paura, grigionera, verdemarcia, attoniti di fronte a bestie sconosciute all’improvviso apparse…
Non inizio mai.
Questo non è un romanzo. E’ un libro.
Libertà, pronta a svellere le travi di legno bloccate da morse di ferro a proteggere le “gioie della vita”, contro la distruzione funesta ma vera della furia e della discriminazione spettrali.
Voi corpi vuoti che leggete: indentratevi. Escludete tutto. Vedete tutto. Che volto ha “io”?
Perché cercare piacere qui? I piaceri sfumano, sono fuochi di Sant’Elmo messi a guardia come i pitbull rabbiosi e neri che in massa avete acquistato per condurli a evacuare merda nei prati grigi delle vostre metropoli. Le metropoli termitaio che avete costrutto per il disinteresse degli entomologi.
Esistono anniversari interiori. Esistono avversari interiori.
Un giorno ricordato, confusamente, mentre si è ottenebrati, viene a galla l’oggetto che spaventa. Voi, i ritentivi, negate l’abbraccio all’oggetto che spaventa. Sedimentate un nuovo strato di finzione.
L’altra sera una bambina a tavola, divertendosi con il piccolo cane sotto il tavolo, ha detto alla madre del cane: “Lo sai che il cane era così contento che ho visto che aveva gli occhi blu?”
Cani con gli occhi blu tormentano a morsi le vostre carni vuote.
I romanzi consolano l’ammasso delle vostre finzioni. Concedono minuti di piaceri, la previdibilità che medica le incertezze. Suturano le crepe e le faglie negli strati che coprono i grand canyon delle vostre insondabili verità, intatte, lasciate sepolte in attesa del cancro finale, quando il cancro finale, sperate di essere visti dai nipoti, vi riduce inerti e flebili sui letti della morfina.
Queste parole inadatte che generano resistenza soltanto se emerge una forma differente dalle vostre finzioni, dal mesmerismo istantaneo dei vostri piaceri. Voi: gli accomodati. Voi: gli usufruttuari. Voi: gli usurai di voi stessi e degli altri. Voi: gli insenzienti.
Devo tuffarmi una volta ancora nell’afflizione più infima?
Ombra di delizia. Uomini di vimini. Visioni cangianti. Spettri dell’aldiqua.
Forma che si autogenera senza imprecisioni, eppure rifiutata, sgradevole, sconnessa, priva di morfina, priva di piacere.
Forma della madre gioiosa, del padre gioioso. Parto convulso, podalico, della forma che si genera da sé.
L’informe genera la forma. Esco dalle forme, che si generano da se stesse. Io non c’entro in nulla.
Cullami, Terra, del vino del tuo Mediterraneo, disciogli la lisca dolce della mia vertebrale.
Spegnendo la coscienza di tutte le cose.
Italia giunta alla crepa abnorme danzando – non bacchica, e però folle, dell’invasamento che percorre il sistema linfatico a bassa intensità, globuli bianchi e grigi ovunque, il suo grigio trascurabile mormorio che ripete monotono inni indifferenti a tutto, nomi di prodotti, formule di dimenticanza, espropriazioni di sé. Paese di poltiglia fangosa, paludoso, gremito da forme di vita che perfino gli entomologi ignorano perché prive di interesse, di differenze esclusive e rivelatrici. Paese che è il campo profughi nel Darfur capovolto. Carne: carne e carne, oliata.
Non ho niente da comunicare, nonostante abbia molto visto.
Non inizio.
E’, questa, l’estate delle chiarificazioni transitorie.
Dove è “colui che ha molto visto”?
Il piacere che provo a eviscerare serrate parole che implicano tanta difficoltà, il discorso che crea l’ostacolo e la fatica, finalmente, l’alta resistenza interna delle cose e della visione, che mi concede attimi fuggenti di libertà e ossigeno subliminale…
Chi non conosce questa condizione, immagini sulla base degli amori che ha vissuto cosa significhi incontrare l’essere più in assoluto amato, al di fuori del quale non esiste amore.
Perché, allora, non resto nella profonda ombra dell’estasi?
L’uomo vero, il quintessenziale, è ben diverso, è puro da tutto quanto è in me animalità.
Animale Italia. Italia di animali.
L’anima è necessariamente come anfibia.
La discontinuità tra questi due livelli.
A darmi informazioni su quello che deve essere amato sono le analogie, le negazioni, le nozioni di cose che derivano da quello e certi scalini.
L’uomo nobile deve elevarsi con misura.
Se è illuminata, l’anima, non può che essere quello che ama. Allora il mio essere, per me, è in qualche modo il mio sguardo non sull’Italia, non sull’anno stracciato 2007: è in qualche modo il mio proprio sguardo su me stesso.
“Come avverrà questo?”
“Escludi tutto”.
Era, dunque, l’estate improduttiva e faticosa del 2007, ma già da due anni io…

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