Su Pianetica (pianetica.org), una vasta scelta di poesie dal capolavoro del poeta francese François Boddaert, “Ce livre de malheur, et des corps” (qui tutti i versi scelti).

Nato il 26 luglio 1951, François Boddaert, dopo studi in arte e filosofia, fonda nel 1978 le edizioni Obsidiane. Ha creato le riviste di poesia Le Mâche Laurier (1994-2008) e Agotem (1994-2008). Nel 2010, è stato il primo a lanciare una rivista di poesia su Internet: Secousse. Residente in un villaggio dello Yonne, è poeta, saggista e romanziere, collabora con numerose riviste e organizza convegni dedicati alla poesia e alla letteratura. La sua opera è pubblicata, tra gli altri editori, presso Le Temps qu’il fait, compresi i versi qui pubblicati, risalenti al 1991 e appartenenti al poemetto Ce livre de malheur, et des corps.
SOLLEVAMENTO DI UN CORPO
Un amico chiama, è notte, è ubriaco,
il suo corpo sente all’improvviso quell’odore di fine,
la sua voce fa un fracasso di coperchi, di chiodi.
La testa è intontita, la scusa celebre —
qualcuno soffre per l’influenza, qualcun altro ha un carro davanti alla porta —
e c’è un’impazienza verde di sopportare il suo sproloquio.
Dice: “Mi fidanzo” (si conosce questa antica cantilena),
ma il mio stomaco si ribella, e il mio cane ha le zecche.
Ha scritto una poesia, ah no, è incessante,
e parla di convogli, delirio nebuloso,
di convogli fuori dai binari.
Il vuoto sbalorditivo delle vane parole che balbetta
(i vigliacchi, i carnefici), che organizza, che spezza…
Si lascia senza sbiancare la fine gialla alle sue calcagna:
il sonno ha ordini — chi può abolirli?
«Richiamami domani, stasera ti sento male.»
Si riattacca, non fieri, punteggiati di rancori.
Il letto ti accoglie nella sua flebile incoscienza,
ma non si trova più la posizione fatale.
Alla luce che ritorna, ritorna il concerto delle nazioni
e la mischia del rumore: il loro inviato laggiù
ha potuto toccare la ferita di una poiana dei Carpazi,
afflosciata sotto il suo regno.
O Danubio insalubre dei nostri pensieri!
E il fiume trascina un limo di pene;
impregnano le lenzuola, vi si aggrappano e prosperano.
All’improvviso traboccano le sporcizie dell’infanzia:
domani, domani, un soldo, un pensiero cristiano —
la pietà sulpiziana con le sue delizie d’incenso.
In ginocchio verso i preti, la commedia del dono.
Alla fine si prende sonno sull’assoluzione del mondo,
l’anima contristata per i Moldo-Valacchi. (sempre notte)
Suona il telefono (e ancora è ubriaco):
«Il volto dell’altro ti chiama alla vita!
Sai che nei campi l’uomo basta al suo dolore.
Bere è dunque un mestiere più che una follia,
sotto questa solitudine posso ancora pensare…
Ma tu, che rispondi — sono le due? che ti mando al diavolo?»
Non ci si mette a tuonare, l’hai detto e non potresti dirlo meglio,
prendi qualche analgesico e affronta il tuo letto.
Si sbadiglia, si farfuglia, si invocano i Lari,
per servirlo si desidera una milizia di baccanti —
ma non c’è cervo in questa macchia ondulante.
«Sento male, pronto, sento molto male.» Si taglia.
Latae sententiae. Viale dissestato della Vittoria del Socialismo,
cadaveri liberati fanno il segno di vittoria;
tutto dorme disteso — così va la felicità.
Un amico chiama, è lontano, siamo stanchi;
e tornare alla propria stanza con un pugnale nell’inguine.
La civetta familiare sospira in cima al pino.
L’interruttore fa la guardia — la mano non può afferrarlo.
Gli occhi si sciolgono, il gozzo si amplifica,
l’epistassi attende la fuga delle mucosità:
tutto l’animale è tiepido, scorre lentamente.
La civetta stringe un topo tra gli artigli,
qualcosa parla sotto il letto o dietro la finestra;
la voce atona dipana l’antifonario del credere,
sesta, nona, compieta… il libro d’Ore è bianco.
Il sapore del sospetto ti taglia ogni sollievo.
In sogno, la mano afferra il legno liscio del tacere;
i volti dell’altro, riuniti, non evocano davvero nulla;
il topo è spellato; tutt’un sangue ha rotto la diga delle narici.
Quale corpo è sollevato nella notte, che non ha più chiamato?
A ciò che va verso ciò che resta, devozione.
LEVÉE DE CORPS
Un ami téléphone, il est nuit, il est ivre,
son corps sent tout à coup cette odeur de finir,
sa voix fait un boucan de couvercle, de clous.
La tête est gourde, le prétexte fameux —
tel a mal à sa grippe, tel un char à sa porte —
et c’est verte impatience d’endurer son palabre.
Il dit je me fiance (on connaît cette antenne),
mais mon ventre s’insurge, et mon chien a des tiques.
Il a fait un poème, ah non c’est incessant, et parle
de convois, nébuleux délirium, de convois hors les rails.
Le vide ahurissant des vrais mots qu’il anômne
(les pleutres, les bourreaux), qu’il agence, qu’il brise…
On lâche sans blémir la fin jaune à ses trousses :
le sommeil a des ordres — qui peut les abolir ?
«Rappelle-moi demain, ce soir je t’entends mal.»
On raccroche pas fier, tout piqué de fâcheries.
La couche vous reçoit dans sa faible inconscience
mais l’on ne trouve plus la position fatale.
A la lumière qui revient, revient le concert des nations
et l’empoigne du bruit : leur envoyé là-bas
put toucher la blessure d’un busard des Carpates
avachi sous son règne. O Danube insalubre de nos pensées !
Et le fleuve charrie tout un limon de peines ;
elles détrêment les draps, s’y cramponnent et prospèrent.
Débondent tout soudain les saletés de l’enfance :
demain, demain, un sou, une pensée chrétienne —
la pitié suspicienne aux délices d’encens.
A genoux vers les prêtres, la comédie du don.
On s’endort à la fin de l’absoute du Monde,
son âme contristée pour les Moldo-Valaques.
(la nuit toujours) Sonnerie (et toujours il est ivre) :
«Le visage de l’autre vous appelle à la vie ! Tu sais
que dans les camps l’homme suffit à sa peine.
Boire est donc un métier plus une déraison,
sous cette solitude je peux encore penser… Mais toi,
tu réponds quoi — il est deux heures ? que je t’emmerde ?»
On ne va pas tonner tu l’as dit et ne pourrais mieux dire,
prends quelque analgésique et assaille ton lit.
On bâille, on baragouine, on invoque les lares,
pour le servir on souhaite une milice de thyades —
mais il n’est cerf dans ce hallier ondulatoire.
«J’entends mal, allô, j’entends très mal». On coupe.
Latae sententiae. Avenue dépavée de la Victoire du Socialisme,
des cadavres affranchis font le signe de vaincre;
tout ça dort couché — ainsi va le bonheur.
Un ami téléphone, il est loin, on est las;
et regagner sa chambre une dague dans l’aine.
La hulotte familière soupire en haut du pin.
L’interrupteur fait le guet – la main ne peut le prendre.
Les yeux fondent, le goitre s’amplifie, l’épistaxis attend
la fuite des pituïtes ; tout l’animal est tiède, il coule
lentement. L’effraie serre un rat dans ses serres,
ça parle sous le lit ou derrière la fenêtre;
la voix atone dévide l’anthiponaire de croire,
sexté aucune, complies… le livre d’Heures est blanc.
Le sabre du soupçon vous tranche le secours.
En songe, la main agrippe le bois lisse de se taire;
assemblés, les visages de l’autre n’évoquent vraiment rien;
le rat est dépéce; tout un sang a rompu la digue des narines.
Quel corps est levé dans la nuit, qui n’a plus appelé ?
A ce qui va vers ce qui reste, dévotion.
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