La lista Pianetica si rinnova: da newsletter nata dal libro “Pianetica”, ora deposita tutto il proprio contenuto in un sito, che viene rinnovato a cadenze imprevedibili con nuovi interventi. Quello inaugurale riguarda l’opera cinematografica di Marco Bechis, “Ritorno a Buenos Aires”, falsa continuazione di “Garage Olimpo”, di cui è in realtà il disvelamento a posteriori, secondo quadri che perforano memoria e percezione, ascendendo il film a tragedia classica, a puro Kafka. Ecco un estratto dal lungo intervento che Pianetica dedica a questa cruciale opera d’arte della contemporaneità.

L’OLIMPO
Prima della prima proiezione di “Ritorno a Buenos Aires”, la pellicola firmata dal regista Marco Bechis in concorso alla Biennale del Cinema 2026, protagonista Adriano Giannini, prima dell’anteprima e prima del set e prima del soggetto e del trattamento e della sceneggiatura, prima, quando è stato concepito, questo film già non esisteva e, venendo realizzato, ha continuato a non esistere. E lo ha fatto con sempre maggiore intensità, incisiva e stilita, madre del deserto che è il mare, le cui dune hanno seppellito i dispersi, gli scomparsi, i desaparecidos dal cielo in acqua e poi nella terra sabbiosa dei fondali. Questo film inesistente, dunque totale e assoluto, più cosmografico che biologico o storico, è una vetta di ciò che sta con nessun fragore inesistendo: ovverosia l’estetica contemporanea, che appunto non esiste e non certamente per l’inabissamento e l’acuzie che il film di Bechis realizza, ma, all’opposto, per la debolezza e l’assenza intima di vita dell’estetica stessa oggi, la cui virulenza e il cui vigorìo e la cui viridanza sono ammutiti, per un salto della storia, né naturale né artificiale, in cui le cose accadono. E perché stanno accadendo all’umanità, ma non attraverso l’umanità. Le cose infatti parlano, le cose vivono, le cose sopravvivono. L’umano, no.
In che senso da principio e ben oltre la fine “Ritorno a Buenos Aires” non esiste? Marco Bechis, come il chiunque e la chiunque sanno, è autore di un film pressoché mitologico, aggettivo che imbarazza chi lo verga, vista la materia, talmente tragica da schiantare qualsiasi mito: “Garage Olimpo”. Dunque, dandosi Olimpo, il titolo stesso di quel film era costretto, nel 1999, convocare la mitologia come ospite scomodo, a sé stessa anzitutto e anche a chi assisteva allo spettacolo. La dizione del luogo, “Garage Olimpo”, era più debole del toponimo storico. La storia registrava col nome “L’Olimpo” quel garage, luogo di detenzione dei sequestrati attivisti argentini nei Settanta, viventi poi semiviventi e quindi uccisi gettati dai voli della morte sull’oceano, quasi che lo stesso oceano fosse un Mediterraneo ulteriore, quindi una pozza insanguinata dalle tragedie più vaste e più approfondite. L’oceano come mare della tragedia, del lato più tragico di un’epica. L’oceano come mare greco.
Quei due film sono uno.
Il racconto “Garage Olimpo” oggi si trasforma. Non è più un film a sé stante, ma piuttosto l’inizio di una narrazione impoetica, quindi capace di emettere l’unica poesia possibile nell’ultimo quarto di secolo che abbiamo vissuto. Nella premessa costituita da “Garage Olimpo” si narra l’universo concentrazionario che fu quel momento, ma lo si narra, appunto – e quindi lo si restituisce in modo non sufficientemente concentrazionario. Solo la poesia è concentrazionaria. In quel film del 1999 si esce all’aperto, si respira, la protagonista addirittura sperimenta dopo giorni angoscianti di reclusione aria e luce, prima di essere tradotta nel ventre di quel cetaceo dei cieli che è l’aereo militare. Il mostro marino che è tale non sfiorando neanche la superficie oceanica. Il mostro che espelle dal ventre ogni Giona che ha catturato, sputandolo, letteralmente polverizzandolo al contatto con le onde, per la velocità e l’altezza a cui i corpi sono sottoposti venendo lanciati dal convoglio – particolari, questi, che vengono raccontati esplicitamente e seccamente in “Ritorno a Buenos Aires”.
Il garage detto Olimpo è di fatto il controcanto e la prova provata che soltanto un carcere può essere il luogo in cui nascono, albergano e trionfano le deità, topico e concentrazionario, perché appunto concentrato, ristretto in un assolutismo che non risparmia una virgola di vita, in quanto proprio questo orrore carcerario, che mostra barlumi accecanti di meraviglia e stupefazione, è tutta la vita.
Più duro, scabro e refrattario risulta dunque “Ritorno a Buenos Aires”, secondo passo di una dilogia che dovrebbe intitolarsi proprio così: “Olimpo”. Il titolo del film 2026, ambientato nel 2008, è dimenticabile e non fa menzione del carcere allestito per volontà della junta militare di Videla. Questo titolo cerca forse di stemperare la dura narrazione? Anzitutto c’è da stabilire se di narrazione si tratta. Si tratta semplicemente del secondo “Garage Olimpo”? Ciò che è sacro non si sfiora. Bisogna, invece che sfiorarlo, uccidere ciò che è sacro, come in un tempo umano durato millenni si doveva uccidere il padre, per potere vivere, respirare, venire alla luce in modo definitivo. Bisogna uccidere “Garage Olimpo”, con il cinema.
Bisogna uccidere per sopravvivere? Oggi che la storia storica non basta più a sé stessa per spiegarsi e sottrarsi a ogni ipotesi, a ogni interpretazione, a qualsiasi potere che tenti vanamente di ingabbiarla in un carcere olimpico – oggi come si può parlare di sopravvivere? A chi raccontare che si è sopravvissuti e a cosa? Venendo meno l’impegno nella mediazione del racconto di eventi che non mancheranno di ripresentarsi nella vicenda umana, il regista, che fu realmente detenuto al garage Olimpo in prima persona, finge di narrare e di raccontare. Invece sale a un grado differente del racconto stesso. In un atto di impressionante nicodemismo, afferma che ieri e oggi si richiamano, quindi che fanno rima i sopravvissuti di ieri e quelli di oggi, e dunque sembrerà che egli conduca l’opera nei territori del racconto storico e dell’impegno politico, mentre al contrario la fa levitare verso i buchi neri, dove la luce non penetra e lo sguardo ha l’incubo.
Per usare una rozza metafora autoriale e umana: si va da Primo Levi a Franz Kafka. Il desaparecido è infatti il disperso di Kafka, ovvero il titolo putativo del romanzo inconcluso “Amerika”. Che America sia Sudamerica (“Ritorno a Buenos Aires” è stato girato in parte in Brasile) è implicito. Nel 1983 la casa editrice Einaudi affidò a Primo Levi, sopravvissuto ad Auschwitz, il sopravvissuto per eccellenza, la traduzione in italiano del capolavoro di Kafka “Il processo”. Levi ebbe a dichiarare in diverse occasioni di avere sofferto molto nel corso del lavoro di traduzione, descrivendo l’opera di Kafka come una “macchina che ti viene addosso” e ravvisando nelle sue pagine una spaventosa e profetica anticipazione della violenza burocratica e dell’assurdità dei campi di concentramento totalitari. “Il processo” è ben peggio e ben oltre che questo, ovviamente. Nel “Processo” di Kafka si dà una dimensione che, pur essendo la storia, trascende la storia medesima. Tale dimensione trascende sé medesima. Allo stesso modo accade nel nuovo film di Bechis.
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