Dopo aver recensito per il blog letterario BorderLiber il “thriller” “L’uomo che non doveva tornare”, Alessio Barettini mi ha intervistato, permettendomi di approfondire aspetti, prospettive e continuità progettuali, partendo dal libro uscito a maggio per i tipi Feltrinelli. Ecco un estratto dell’intervista, la cui versione integrale è al link qui sotto.

Leggendo “L’uomo che non doveva tornare” si ha l’impressione che tu ti sia divertito. Che dopo anni di lavoro di scrittura che scende in profondità, che trivella il presente e scandaglia il futuro, tu abbia deciso di guardare tutto dall’esterno e, in qualche modo, tirare le fila. È così?
R: A dire il vero, le cose non stanno del tutto in questo modo, anche se, senza saperlo, tu cogli un elemento essenziale che ancora non si è sviluppato del tutto, poiché è in via di evoluzione. Ciò che una volta fu il narratore onnisciente, in questo libro e in quello che seguirà prossimamente, attiene a una diversa natura, anche dal punto di vista della tecnica e dell’impostazione narratologica. In questo libro tutto è completo e al contempo insufficiente, però è cosa certa che un occhio guarda dall’esterno. Non soltanto: un’intelligenza valuta tutto ciò che essa stessa mappa, prescrive e, come sta accadendo nell’attuale passaggio storico, linguifica – scrivendo e parlando. Nell’apparente thriller “L’uomo che non doveva tornare” il titolo è ambiguo e in quell’ambiguità stanno le ragioni dello sviluppo posteriore del libro stesso.
Fatte queste considerazioni, non mi diverto mai, se lavoro a un libro, nel senso in cui suggerisci. Piuttosto c’è da rilevare nel libro l’elemento apparentemente comico di una faccenda tragica. La deformazione fisica (alcuni personaggi, come la homeless, i due calabresi Spavento e Manzuni, oppure quel Calimani che è collega storico dell’ispettore Lopez ), la deformazione della geografia ormai priva di scala e in cui ogni località vanta una celebrità geometrica nell’occhio equalizzante di Maps, oltreché la deformazione architettonica (il locale Paradiso) guardano certamente a una tradizione canonica, dalle tavole di Apocalypsis cum figuris di Albrecht Dürer al Teatro Naturale di Oklahama in Amerika di Franz Kafka. Questo deformarsi in direzione di cieli metafisici o di sismi storici è un elemento narrativo, una componente specifica narrativa e non poetica direi, che mi ha sempre affascinato.
Un’altra cosa che notavo recentemente e di cui vorrei avere una tua opinione riguarda il modo con cui fai muovere l’ispettore Lopez, ovvero attraverso le fitte maglie della contemporaneità. Questa scelta non ti ha spaventato? Voglio dire, sembra che molti scrittori contemporanei, almeno in Italia, abbiano difficoltà a inserire la loro narrativa nella storia contemporanea. A te questo procedimento non solo sembra che non intimorisca, ma che ci sguazzi. Come mai secondo te la letteratura italiana avverte questa distanza?
R: La narrativa e la poesia italiane contemporanee le frequento, ma prediligo autrici e autori stranieri, per quanto questo paradossale esilio linguistico, pur risiedendo in patria, sia per me duro e difficile da affrontare. Uno dei momenti più alti della mia esistenza intellettuale è stato sicuramente il dialogo che ho avuto l’occasione di intrattenere dal vivo con Don De Lillo, quando Einaudi pubblicò la versione italiana del suo Zero K. DeLillo articola la storia passata, quella presente e quella futura secondo metriche che investono non soltanto il linguaggio, ma il pensiero e i suoi arconti, cioè il destino e la casualità, il tempo cosmico e quello extracosmico, le velocità che tollerano o impongono il superamento delle costanti della bolla universale in cui si sviluppa l’ambigua vicenda della nostra specie.
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