
Lo storico critico letterario e filosofico Mauro Trotta, che molto tempo addietro aveva previsto con precisione millimetrica il ritorno in pagina dell’ispettore Lopez, si occupa sulle pagine de “il manifesto” de “L’uomo che non doveva tornare” (Feltrinelli): “Muovendosi tra invenzione e realtà, in una sorta di dicotomia che sembra rispecchiarsi nel linguaggio usato, ancora una volta capace di passare dalla descrizione quasi cinematografica, densa di suspence, che lascia quasi senza respiro, alla riflessione sociale, politica, filosofica in grado di utilizzare sia l’aforisma bruciante sia il ragionamento disteso, la nuova fatica di Giuseppe Genna riesce ad esplorare un ulteriore livello della realtà contemporanea utilizzando un ulteriore maniera del romanzo nero”.
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L’ispettore Lopez riemerge dall’aldilà per indagare sul salto di specie sociale
di Mauro Trotta
[05/09/2026]
Sono passati 17 anni dall’ultima apparizione di Guido Lopez, protagonista di una serie di thriller quanto meno particolari oltre che «figura di culto del movimento che ha rifondato il noir italiano sulla soglia insanguinata del Terzo Millennio», e come in qualche modo previsto nella recensione al romanzo dove aveva fatto la sua ultima apparizione, Le teste (il manifesto, 5 marzo 2010) l’ispettore milanese ritorna dall’aldilà, novello Sherlock Holmes o Hector Belascoaràn. Giuseppe Genna, infatti, si affaccia di nuovo in libreria con L’uomo che non doveva tornare. Una nuova indagine dell’ispettore Lopez (Feltrinelli, pp. 512, euro 24) e la saga riprende là dove era stata interrotta, con il risveglio dell’ispettore dal coma causato da una pallottola piantatagli nel cranio. Sorta di fantasma del passato, scaraventato all’improvviso in un mondo dominato dalla tecnologia, con un cervello lesionato (il cervello, ovvero lo strumento principe del classico detective), mezzo zoppo (metafora del piedipiatti?), l’ispettore Lopez si trova catapultato al centro di un intrigo che vede la partecipazione di servizi segreti russi, oltre che italiani, ‘ndrine della ‘ndrangheta, spacciatori ed esponenti dell’alta società, geni informatici e pastori.
MENTRE IMPAZZANO le malefatte di Trump e Musk, infuriano guerre dall’Ucraina al Medio Oriente, emerge la centralità di una città come Milano, una centralità in qualche maniera rotta, spezzata, capace di estendersi da luoghi di spaccio che richiamano l’inferno dantesco, fino a locali notturni fantascientifici e feste da Mille e una notte, dove una borghesia decerebrata sembra celebrare la propria decadenza. E ovunque un potere acefalo bada solo a distruggere e a replicarsi, mirando quasi a cancellare ogni forma, o meglio ogni possibilità di innocenza. Ma forse la chiave non è nei misfatti planetari, ma può essere ritrovata nei crimini a cui nessuno sembra interessato, come l’omicidio di una barbona che per di più sembra un incidente. O forse la chiave semplicemente non c’è più. E in realtà viviamo ormai «in un universo fatto male – fatto di male».
Muovendosi tra invenzione e realtà, in una sorta di dicotomia che sembra rispecchiarsi nel linguaggio usato, ancora una volta capace di passare dalla descrizione quasi cinematografica, densa di suspence, che lascia quasi senza respiro, alla riflessione sociale, politica, filosofica in grado di utilizzare sia l’aforisma bruciante sia il ragionamento disteso, la nuova fatica di Giuseppe Genna riesce ad esplorare un ulteriore livello della realtà contemporanea utilizzando un ulteriore maniera del romanzo nero: se per il precedente Le teste si poteva parlare di «pseudothriller», per L’uomo che non doveva tornare la definizione proposta nel risvolto di copertina, estremamente calzante, è quella di «thriller diffratto».
E TRA GLI ANTECEDENTI, le fonti, sembra acquistare ancora più peso il tipo di approccio e di visione di una realtà distorta dietro la quale se ne nasconde un’altra, tipico di Philip K. Dick. Si potrebbe dire, però, una visione dickiana essenzialmente politica. E non solo nella denuncia delle ingiustizie e dell’oppressione massicciamente presenti nell’attuale società. Ma soprattutto nell’analisi politica della realtà: «Non era soltanto il passaggio da un’epoca all’altra. Era di più: si passava da un’era a un’altra era, quest’ultima priva di fine e capace solo di svilupparsi, all’infinito. La storia della specie mutava. Chi se ne accorgeva per primo, ne avrebbe approfittato, ma sarebbe stato comunque travolto dal flusso ascensionale che le tecnologie stavano imponendo al mondo: loro imponevano alla specie quel salto»
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