Alcune poesie di Kostìs Palamàs

Kostìs Palamàs (1859–1943) è stato una delle figure centrali e più influenti della letteratura greca moderna, considerato il poeta nazionale tra il XIX e il XX secolo. Nato a Patrasso, si trasferì presto a Missolungi e poi ad Atene, dove legò la sua vita all’Università ricoprendo per decenni il ruolo di segretario generale. Fu leader indiscusso della cosiddetta “Generazione del 1880” e fondatore della Nuova Scuola Ateniese, movimento letterario nato con l’obiettivo di rinnovare profondamente la poesia greca. Palamàs svolse un ruolo cruciale nella celebre questione linguistica greca, schierandosi fermamente a favore della dimotiki (la lingua demotica, parlata dal popolo) contro l’uso accademico e artificiale della katharevousa.
La sua produzione letteraria è vastissima e spazia dalla poesia alla critica letteraria, fino al teatro. Tra i suoi capolavori assoluti spiccano le raccolte poetiche La tomba (1898), un profondo lamento scritto per la morte prematura del figlio, I dodici discorsi dello zingaro (1907) e Il flauto del Re (1910), opere epico-liriche in cui fonde storia, folklore e dentità nazionale ellenica insieme con riflessioni filosofiche universali.
A livello internazionale, il suo nome è legato alla scrittura del testo dell’Inno Olimpico (1896) per i primi Giochi Olimpici dell’era moderna ad Atene. Intellettuale di immenso prestigio, fu nominato membro fondatore dell’Accademia di Atene nel 1926 e sfiorò più volte il Premio Nobel per la Letteratura.
La sua morte, avvenuta nel febbraio del 1943 durante l’occupazione nazista della Grecia, si trasformò in un evento storico: il suo funerale ad Atene richiamò migliaia di persone e divenne una massiccia, spontanea e coraggiosa manifestazione di resistenza e di patriottismo contro l’oppressore.
Di seguito alcune liriche dal Meridiano Poeti greci del Novecento, curato da Nicola Crocetti e Filippomaria Pontani, e composizioni tradotti da Gian Piero Testa.

Asia Minore

Di Giànnina, di Smirne, della Polis,
canzoni d’Oriente strascicate,
che muovono al dolore.
quanto con voi si trascina l’anima mia!
Di vostra musica trabocca
e va con le stesse vostre ali.

Vi generò e parla in voi
e geme e di profumi esala
una madre: brucia il suo lascivo bacio,
è tremebonda idolatra del Destino,
è un’anima ridotta a corpo, schiava d’un harem,
la bramata Asia Minore

Piange dei poveri in voi il cupo stuolo;
e tutte voi siete, ed è la vostra gioia,
lenta e triste trenodia.
Cupo, povero e schiavo, errante
miserando e incolto, insieme a voi
vo esule anch’io.

Sul mare dei suoi caicchi fuggitivi,
dove le son restati gigli ed alghe,
nel sogno del suo mare e del suo cielo,
possa vivere una vita inerte e solitaria,
in silenzio, senza calore di cura alcuna,
con tanta mente,

quanta basti ad un albero per stare
e, fumando, di fumo possa intrecciare
cerchi azzurrini;
e muovere talora le mie labbra
sì che sopra di sé riportino a vita
il dolore che tanto vi tormenta.

E sempre incomicia, ritorna, non ha fine
e un popolo in voi vive e si strugge
e in ceppi palpita una vita,
di Giànnina, di Smirne, della Polis,
canzoni d’oriente strascicate,
che muovono al dolore.

Digene

Cavalcando, Caronte porta Digéne con altri all’Ade.
Piange il gregge umano, il petto si percuote.
E ai lombi del suo cavallo li tiene avvinti,
il vento del valore, la pleiade della beltà.
E come se non lo calcasse il piede della morte,
Akrìtas impassibile guarda il cavaliere!

Io sono Akrìtas, Caronte, non passo io cogli anni.
Non sentisti chi sono, sfiorandomi sulle marmoree aie ?
Son io l’indistruttibile anima di Salamina.
Sui Sette Colli portai la spada degli Elleni.
Non sparisco nel Tartaro, riprendo lena e popoli risuscito!

Per il bracciante

Per il bracciante, per il cafone
la neve, la febbre, la fame, i lupi,
fiumi, mari, continenti, sterminio e orrore.
Crudo l’inverno. Ma il fuoco
è un’estate nella mia stanza.
Mi vergogno del mio calduccio
e del mio vivere da uomo.

Figlio, il mio giardino (Padri)
Epodo

Figlio, il mio giardino l’avrai in eredità,
Come lo trovi e come lo vedi non lo lasciare.
Scavalo ancor più a fondo e recingilo più saldo,
e moltiplica la sua verzura e allarga la sua terra,
e ben roncato dove ti è d’intoppo allo steccato,
e conducigli l’acqua pura della sorgente.
E se ami le opere umane e le cose non malate
benedici e esorcizza il raccolto, che se ne vadano,
e seminagli vitalità con quanto c’è di forte e fresco.
Fa’ d’essere un aratore, un piantatore, un protettore.
E se accade che giungano anni bisesti,
e tempeste s’abbattano furiose,
e gli uccelli tutti migrino in terrore, e le piante
a null’altro servano se non per fortilizi, non temere l’uragano. Col ferro e il fuoco, vai!
Fallo inseminato, sterile, il giardino, recidilo,
e sopra facci un castello e poniti al riparo,
per batterti, versar sangue, per un nascer nuovo.
Che sempre l’aspettiamo e sempre si muove e giunge,
e tutto va in frantumi nel girar dei cerchi.
Basta un’idea per dirtelo, un’idea per importelo,
idea sovrana, idea come una spada che starà sopra ogni cosa.

[traduzioni di Gian Piero Testa]


VIII

Dove, fioriti aprili, e voi, serene
notti di dolci stelle rischiarite,
dove siete?, parvenze ultraterrene,
Apollo Olimpio, divina Afrodite,
lago immoto di tutti i sogni arcani,
musiche gioie, inni d’eroi, peani?
Passato è un vasto, rovinoso vento
e tutti i canti e tutti gli astri ha spento.

LXV

Non sradicare l’erba che cresce sulle rovine:
ha una sua grazia intatta e verdeggia sul marmo.
Quell’erba sa il segreto delle cose cadute,
custodisce la linfa del tempo che fu.
Se tu la strappi, ferisci la pietra che tace,
lasci nuda la morte sotto il sole impietoso.

XCII

Più non mi curo se il canto che sciolgo
giunga ad orecchio d’un uomo che l’ama,
o se si perda nel vuoto del vento.
Canto per l’albero, canto per l’onda,
canto per l’ombra che scende sul colle.
Canto perché la mia vita è una corda
tesa dal tempo che un dio fa vibrare.

da Cento voci, traduzione di Filippo Maria Pontani, in “Poeti greci del Novecento”, a cura di N. Crocetti e F. Pontani, Mondadori


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